Arti Maggiori e Arti Minori

L’ingresso nelle corporazioni era regolato da precise condizioni: essere fiorentini di città o del contado, essere figli legittimi, pagare un’immatricolazione (i figli di un membro della stessa arte erano esonerati), dare prova della propria abilità artigiana, essere un “buon guelfo”, aver pagato le “gravezze” al Comune. I membri erano generalmente divisi in maestri (che possedevano le materie prime e gli attrezzi e vendevano le merci prodotte nella propria bottega), apprendisti e garzoni.
Ogni Arte aveva uno statuto che la regolava e prevedeva severe pene per gli iscritti che non esercitassero l’arte con lealtà e onestà, che frodassero sui pesi e sulle misure, che rivelassero segreti industriali e che falsificassero i prodotti “con sofisticazioni”.
Una volta al mese si controllavano le botteghe, per tarare le bilance e sigillarle e per assicurarsi che le merci non fossero adulterate (soprattutto i cibi): se trovate venivano pubblicamente bruciate in Mercato Vecchio.
Durante le ore notturne le Arti dovevano contribuire con proprie squadre di uomini alla vigilanza delle strade dove erano situate le botteghe, aiutando così il Magistrato degli Ufficiali di Notte, che proteggeva la città dai malviventi durante la notte.
In caso di tumulto, gli iscritti all’Arte dovevano impugnare le armi al servizio della Repubblica. Le Arti avevano l’autorità di perseguitare, giudicare e condannare i trasgressori secondo le leggi dello Statuto, ma oltre a ciò fu istituito un tribunale speciale allo scopo di risolvere le eventuali liti fra corporazioni.
Le casse delle Arti vennero svuotate per finanziare la causa repubblicana e permettere a Firenze di sopravvivere durante l’assedio del 1530. Dopo la caduta della Repubblica e l’avvento del Principato Mediceo proseguì il declinino delle Arti, ridotte dal Duca Alessandro a: Università di Por San Piero, dei Maestri di Cuoiame, dei Linaioli e dei Fabbricanti. Nel 1770 con bando del  Granduca Pietro Leopoldo furono definitivamente abolite e riunite nella Camera di Commercio di Firenze.
Gli iscritti alle Arti Maggiori crearono una nuova aristocrazia fondata sul denaro, che appoggiava i Guelfi, avversando tenacemente i Ghibellini. Erano persone giuridiche, con una residenza, un governo, delle finanze ingenti, un corpo di polizia, quasi delle piccole “repubbliche”. Infatti «Firenze fu il centro di una così grande cultura perché fu la sede delle maggiori libertà che erano allora possibili.Il più bello e splendido fiore si deve alla democrazia, che lasciò la sua impronta, dette il proprio carattere alle chiese e i palazzi di Arnolfo, ai quadri di Cimabue e di Giotto, alla poesia di dante. Nella letteratura provenzale francese, inglese tedesca del Medio Evo non pochi furono i nobili signori che acquistarono fama. Le arti e le lettere fiorentine, che costituirono il germe più profondo della letteratura italiana, furono essenzialmente espressioni democratiche e repubblicane; molti degli scrittori, moltissimi degli artisti erano figli di mercanti o semplici artigiani» (Giovanni Villani, I primi due secoli della storia di Firenze, Nuova Cronica).
Le Arti Minori invece avevano un carattere prettamente artigiano, le loro attività venivano esercitate praticamente solo a livello locale; il loro coinvolgimento nella vita politica cittadina fu generalmente più limitato rispetto a quello delle Arti Maggiori e pur avendo contribuito in modo significativo all’affermazione del guelfismo, rimasero sempre relegate in questa condizione di “minorità”. È per questo che, nonostante l’operosità ed il pregio dei manufatti prodotti da alcune di queste Arti, rinomati anche fuori Firenze, i nomi dei loro soci appaiono in modo solo sporadico ed occasionale tra gli eletti alle magistrature cittadine.