L’abbazia di San Salvatore e San Lorenzo a Settimo

 Il viaggiatore che percorre le strade della cosiddetta “zona industriale” di Scandicci è sicuramente ignaro dei secoli di storia che lo circondano. La “Piana di Settimo”, ovvero il territorio alla sinistra dell’Arno, fra il fiume e il tracciato dell’antica via Pisana, ha una propria evoluzione intimamente connessa a quella di Firenze, pur senza mai perdere le proprie caratteristiche. Le memorie dell’abbazia di Settimo rispecchiano vari secoli di storia fiorentina, nel cui ambito essa e i suoi monaci giocarono a lungo un ruolo fondamentale. Edificata intorno all’anno Mille per volontà della famiglia dei Cadolingi, nobili provenienti da Borgonovo (l’odierna Fucecchio), passata dai Cluniacensi ai Vallombrosani, per poi trovare la sua sistemazione definitiva sotto i Cistercensi, la Badia di Settimo ha avuto nei secoli una storia molto travagliata. Con Giovanni Gualberto, fondatore dell’ordine Vallombrosano, i monaci di Settimo entrarono apertamente in lotta con la chiesa fiorentina, additando il vescovo Pietro Mezzabarba come eretico e simoniaco. Lo scontro culminò nella famosa prova del fuoco, che ebbe luogo proprio alla Badia di Settimo. Era il 13 febbraio dell’anno 1068: il monaco Pietro Aldobrandini camminò su un tappeto di braci ardenti fra cataste di legna infuocate e ne se rimase illeso. Si gridò al miracolo e si prese quest’ordalia come la prova della colpevolezza del vescovo fiorentino.

Il potere dell’abbazia nel XIV sec. era enorme, i suoi territori andavano da Scandicci alla Futa, passando per il convento del Cestello e di Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze. I monaci di Settimo custodivano il sigillo del Comune di Firenze, che veniva apposto su ogni documento ufficiale o capitolo di spesa; gestivano le pescaie e i porti fluviali per entrare a Firenze; avevano un rapporto privilegiato con Domenico Ghirlandaio e la sua famiglia, che aveva una casa proprio a Scandicci.

Saccheggiata più volte, l’abbazia fu smembrata dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1783; fu poi gravemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale e da allora ha visto cominciare un periodo di decadenza che la comunità, i fedeli e tutti gli appassionati d’arte stanno cercando di arginare e combattere. Al suo interno troveremo opere della bottega del Ghirlandaio, di Giovanni da San Giovanni, di Pietro Tacca, del Buffalmacco. Qui trovò sua degna sepoltura, dopo anni passati rinchiuso nel vicino manicomio di Castelpulci, niente meno che il grande poeta Dino Campana. Alla sua morte, nel 1932, poiché considerato folle, fu seppellito senza nessun riguardo ai margini del cimitero di San Colombano. Nel 1942, su interessamento di Piero Bargellini, venne data alle spoglie del poeta una sepoltura più dignitosa e la salma trovò riposo nella cappella sottostante il campanile dell’abbazia di Badia a Settimo. Nel 1944 i tedeschi in ritirata fecero saltare con una carica esplosiva il campanile distruggendo nel contempo anche la cappella. Nel 1946 le ossa del poeta, in seguito ad una cerimonia alla quale parteciparono il ministro Giuseppe Bottai e numerosi intellettuali dell’epoca, tra i quali Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Carlo Bo, Ottone Rosai e Vasco Pratolini, furono finalmente collocate all’interno della chiesa.

L’abbazia possiede inoltre due busti reliquiario in cartapesta e cuoio impreziositi con foglie d’oro e gemme databili tra il 1345 e il 1350. Fanno parte del culto di “Sant’Orsola e le 11.000 vergini”, culto che ebbe origine a Colonia nell’IX secolo.

Un elemento imprescindibile dunque se si vuole recuperare l’identità di un territorio che ha ormai perso il suo aspetto rurale a favore spesso di un’urbanizzazione non troppo razionale. Conoscere l’abbazia di Badia a Settimo è importante per poter salvaguardare la memoria e l’identità collettiva di una “periferia” che ha alle spalle un passato ricco di eventi, uomini e storie tutto da riscoprire.

Per vare maggiori informazioni sulla visita dell’Abbazia di Badia a Settimo scrivete a francesca@fantasticflorence.com